Giappone, oro, argento e finanza

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Ormai sembra che dico le stesse cose, ma questa è la situazione economica che stiamo vivendo: l'oro ha raggiunto, ma che dico raggiunto, sfondato letteralmente il traguardo dei 5k per oncia, risultato che fino a qualche mese fa sembrava fantascienza, ed è andato a sfiorare i 5100 dollari non raggiungendoli per un soffio, con l'argento che ha seguito a ruota toccando oggi i 112 $ per oncia, ma entrambi, nel corso di questa serata, hanno avuto un leggero rintracciamento e i prezzi si stanno sgonfiando un po'.

Ed essendo i metalli preziosi considerati beni rifugio per eccellenza, quando queste quotazioni salgono troppo, di solito vuol dire una cosa soltanto: che gli istituzionali e le banche centrali stanno fiutando la tempesta finanziaria, e stanno accumulando metalli preziosi come forma di difesa per quello che sta per accadere.

Ma dai dati economici delle borse, si direbbe che le previsioni catastrofiche sono sbagliate!: il S&P 500 sta continuando a salire, e l'azionario di Wall Street sta facendo ottimi guadagni, nonostante le tensioni geopolitiche che si stanno succedendo in questi giorni.

Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sulle guerre in corso e sulle crescenti tensioni in Medio Oriente, un altro fronte, meno rumoroso ma potenzialmente altrettanto esplosivo, sta prendendo forma in Asia orientale. Il Giappone, terza economia mondiale, si trova infatti al centro di una combinazione di fattori economici, politici e geopolitici che potrebbe contribuire all’innesco di una nuova crisi finanziaria globale.

L’8 febbraio i cittadini giapponesi torneranno alle urne per la seconda volta in poco più di un anno. La premier Takaici, nonostante la vittoria alle precedenti elezioni, ha deciso di indire un nuovo voto, chiedendo di fatto un rafforzamento del proprio mandato. Un “referendum su se stessa”, potremmo dire, per ottenere il consenso necessario ad avviare una serie di riforme economiche e politiche estremamente radicali.

Il contesto interno, però, è tutt’altro che favorevole. Il Giappone sta attraversando una fase economica negativa: il costo della vita è in aumento, spinto dall’inflazione e dal caro energia, mentre la crescita resta debole, un problema strutturale che affligge il Paese da decenni. A rendere la situazione ancora più delicata è l’enorme debito pubblico giapponese, che ha ormai superato il 250% del PIL. Per dare un termine di paragone, si tratta di un valore doppio rispetto a quello italiano e persino superiore a quello della Grecia durante la crisi finanziaria.

Fino a oggi, Tokyo è riuscita a sostenere questo debito senza scossoni grazie a tassi di interesse estremamente bassi, intorno allo 0,5%. In termini semplici, è come avere un mutuo enorme ma con una rata minima. Il problema nasce nel momento in cui i tassi iniziano a salire: anche piccoli aumenti si traducono in un’esplosione dei costi di finanziamento, rendendo il debito improvvisamente molto più difficile da gestire.

Ed è qui che entra in gioco la politica. Il governo giapponese punta a una serie di interventi costosi: politiche di riarmo in chiave anticinese, in un contesto geopolitico sempre più teso, e misure economiche per stimolare i consumi e ridurre la pressione fiscale. Tutte scelte che, però, rischiano di alimentare ulteriormente l’inflazione e il carovita. Per finanziare queste politiche esistono, di fatto, solo due strade: attrarre capitali dall’estero ,ipotesi poco realistica per un Paese già ricco come il Giappone ,oppure aumentare ulteriormente il debito, stampando nuova moneta.

Questa strategia, che fino a poco tempo fa sembrava sostenibile, oggi appare sempre più rischiosa. Per evitare una crisi interna, Tokyo ha deciso di vendere circa 500 miliardi di dollari in asset denominati in dollari, in gran parte titoli del Tesoro statunitense. Una mossa che, se da un lato può offrire ossigeno al sistema giapponese, dall’altro rappresenta un rischio sistemico per l’economia americana e per il dollaro stesso, già sotto pressione come valuta di riferimento negli scambi internazionali.

Se a questo quadro si aggiungesse un’escalation militare, come un eventuale attacco all’Iran, la crisi assumerebbe anche una dimensione commerciale e produttiva, colpendo le catene di approvvigionamento internazionali. Economia, geopolitica e finanza si intrecciano così in un equilibrio precario. Viviamo, senza dubbio, tempi estremamente pericolosi. E capire cosa sta accadendo, oggi più che mai, diventa fondamentale.

Grazie dell'attenzione e alla prossima.

Immagine realizzata con ChatGPT



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Ottimo post! Hai detto bene, i movimenti sui mercati dei metalli preziosi non possano essere interpretati isolatamente, l’aumento di oro e argento riflette sia fattori speculativi sia reali timori economici. Quello che mi stupisce peró è che anche l’S&P 500 negli ultimi tempi è salito a cifre mai viste. E se tra sei mesi non vedessimo alcun crollo, né nei metalli preziosi né nell’S&P 500?

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Chi può dirlo, nessuno può prevedere il futuro, ma gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti, e magari colpirà a sorpresa, quando nessuno se l'aspetta, basta un passo falso di uno dei protagonisti della scena mondiale, e può innescarsi una reazione a catena senza eguali.

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Eh si la Cina sta diventando pericolosa per il Giappone, ironico come nella seconda guerra mondiale fosse il contrario... Il Giappone e la sud korea sono un po' lo specchio dell'occidente in Asia e se la passano male come noi

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Gold and silver are great investments, especially right now. All of the huge debts of Japan and the US are recipes for disaster, it's just a matter of time. Low interest rates won't last forever and then the payments become crippling!

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